Tutti i dati economici riguardo l’impatto economico della pandemia di Covid-19 sono sufficientemente chiari da costringere la borghesia a parlare ormai di “depressione economica”. Le previsioni dei più prestigiosi istituti finanziari, pur variando di settimana in settimana, rendono impossibile mascherare la verità attraverso i classici sotterfugi con cui i ben pagati economisti sono soliti ingannare la gente sulla situazione reale dell’economia.

In un podcast ufficiale del FMI (Fondo Monetario Internazionale) trasmesso online il 9 aprile 2020 Kristalina Georgieva, direttrice operativa dell’istituto, ammette che “siamo davanti ad una crisi senza precedenti” che impatterà contemporaneamente su tutte le economie mondiali, trasformando le già magre previsioni di crescita in un vero e proprio bollettino di guerra nel quale si prevedono “crescite negative” per 170 paesi del mondo.
A questi dati, la responsabile del principale istituto finanziario del capitalismo mondiale è costretta ad aggiungere una nota particolarmente significativa: “Prevediamo la peggiore ricaduta economica dalla Grande Depressione” (enfasi nostra).
Sul Financial Times dello stesso giorno la prospettiva è descritta con parole molto simili: “L’eredità economica della pandemia includerà forti cali di produzione, diffusi fallimenti aziendali, maggiore disoccupazione e un accumulo di disavanzi fiscali. Le nazioni più ricche del mondo saranno allo stesso tempo più povere e più indebitate. Il capitalismo avrà un nuovo aspetto.”

A questa chiara prospettiva economica, che già agita i comodi sogni della borghesia internazionale, si aggiungono le incertezze e le paure sugli effetti politici e sociali di questa crisi.
Nell’articolo già citato il FT richiama l’attenzione dei suoi lettori sul fatto che “i lavoratori a basso reddito in lavori precari hanno subito il colpo dopo l’incidente del 2008. Non saranno disposti a farlo di nuovo”. La misura è colma insomma, e a rendersene conto sono proprio coloro i quali hanno difeso in questi 12 anni le più pesanti politiche economiche di attacco ai diritti e ai salari di quelle fasce di popolazione che oggi si teme possano “non essere disposte” ad accettare con le braccia incrociate una nuova stagione di austerità.
A parlare ancora più chiaro è invece Bloomberg, colosso dell’informazione e della finanza, che con i suoi 10 miliardi di dollari di fatturato nel 2019 ha non solo l’interesse intellettuale di analizzare attentamente le possibili rivolte sociali scatenate dalla pandemia, ma anche tutto l’interesse economico di prevenirle e combatterle.
In un articolo della sua rivista online, pubblicato sabato 11 aprile da Andreas Kluth (già collaboratore dell’Economist) e titolato significativamente “Questa pandemia porterà a rivoluzioni sociali”, l’autore mette in chiaro il fatto che una prospettiva rivoluzionaria, in grado di sovvertire l’ordine sociale, è nell’ordine delle cose.
Davanti ad una crisi che non comprendono, privi come sono di strumenti efficaci per risolverla, i più intelligenti strateghi del capitale oggi stanno arrivando a conclusioni incredibilmente simili a quelle dei marxisti. Lo fanno naturalmente sulla base di interessi di classe diametralmente opposti, nel tentativo di allontanare lo spettro di un rivolgimento sociale che temono più della crisi stessa e di armare politicamente la propria classe nella battaglia in difesa del privilegio e dell’oppressione.

Un decennio di pace sociale?

Il dito dietro a cui i riformisti e le burocrazie sindacali hanno provato a nascondere la propria inerzia (se non aperto tradimento) negli anni successivi alla crisi del 2008 è che non ci fosse la disponibilità dei lavoratori a mobilitarsi.
Se è vero che in alcuni paesi, come anche il FT suggerisce, la crisi ha creato disorientamento tra alcuni settori di popolazione in un primo periodo (in Italia sicuramente), non possiamo certo derubricare gli ultimi 12 anni come un periodo di pace sociale.
Le politiche di austerità, i tagli allo stato sociale, l’aumento dello sfruttamento del lavoro e le mancanze di prospettive per milioni di persone hanno scatenato una risposta globale che, nonostante gli alti e bassi di questi anni, ha attraversato ogni regione del pianeta.
Le Primavere Arabe, il movimento Occupy e gli Indignados, gli scioperi generali in Grecia, sono tutte tappe di un processo di risveglio delle lotte di massa apertosi con il crollo di Wall Street e passato per fasi di avanzamento e arretramento, complice innanzitutto la mancanza di una direzione politica all’altezza dei compiti posti dalla fase storica.

Che questi anni non siano stati anni di totale pace sociale è costretto ad ammetterlo persino Kluth quando dice “disordini sociali erano già aumentati in tutto il mondo prima che il SARS-CoV-2 iniziasse il suo viaggio”. A dare una mano al giornalista è il Carnegie Endowment For International Peace, un’organizzazione no-profit per la “promozione della pace e della cooperazione”, sul cui sito è disponibile una vera e propria mappa dei conflitti sociali degli ultimi 3 anni, divisi per paese, periodo e tipologia.
Una mappa che, nonostante i limiti temporali ed analitici, andrebbe stampata ed appesa nelle sedi di tutti quelle organizzazioni della sinistra che, dismesso il marxismo e la lotta di classe, hanno tratto le conclusioni più sbagliate e fuorvianti sulla “fine del lavoro” sulla “scomparsa della classe operaia” o sull’incapacità di quest’ultima di cambiare il mondo.
La paura implicita in questo ragionamento, che significativamente prende come riferimento un periodo in cui le mobilitazioni di massa hanno avuto un carattere di classe molto più marcato che in passato, è che le esperienze di lotta degli ultimi mesi del 2019 che in alcuni casi hanno avuto caratteristiche pre–rivoluzionarie (si fa riferimento alla Bolivia e al Sudan) diventino il sostrato esplosivo su cui possano innestarsi le lotte sindacali che stanno attraversando in questi giorni in maniera molto simile decine di paesi.
Sembra di avere davanti uno scritto di Trotsky sul “processo molecolare della rivoluzione” quando leggiamo su Bloomberg :“dietro le porte delle famiglie in quarantena, nelle code sempre più lunghe alle mense dei poveri, nelle carceri, nelle baraccopoli e nei campi profughi – ovunque le persone fossero affamate, malate e preoccupate anche prima dell’epidemia – si stanno verificando tragedie e traumi. In un modo o nell’altro, queste pressioni esploderanno.”

Dare con la sinistra, togliere il doppio con la destra

Per quanto possano avvicinarsi alle conclusioni dei marxisti, i commentatori borghesi avranno sempre un limite: l’incomprensione della dialettica.
Applicata alle dinamiche di presa di coscienza della classe lavoratrice, da cui li separa un baratro, quest’incomprensione porta molti di essi ad ottimistiche previsioni di brevissimo termine, utili solamente a consigliare investimenti facili ai propri clienti o a proporre politiche di cortissimo respiro che definire “tampone” sarebbe un complimento.
Questo è esattamente ciò che sta accadendo in quasi tutti i paesi a capitalismo avanzato e che ha portato governi di ogni colore a mettere in campo politiche di sussidi a pioggia per il sostegno al reddito dei lavoratori costretti a casa, per il sostegno dei disoccupati e di una porzione significativa di piccola borghesia impoverita e sull’orlo del fallimento.
La fretta con cui in Italia si sta procedendo a sbloccare i fondi per le partite IVA, i professionisti, commercianti e i piccoli artigiani, mentre le misure di cassa integrazione rimangono ancora avvolte nelle nebbie dei cavilli tecnici, tradisce gli immediati timori del Governo di perdere consenso e controllo sul settore più instabile della società, la piccola borghesia appunto, che dopo anni di polarizzazione sociale e accentramento dei capitali (tutte dinamiche già spiegate oltre un secolo fa da Marx) è sull’orlo di un vasto processo di proletarizzazione.
A ciò si aggiungano i fondi stanziati per i disoccupati e la probabile estensione dei sussidi, dopo un acceso dibattito politico, ai lavoratori in nero (almeno parzialmente).
Possiamo ben dire che più che da cristiana carità, la mano del governo sia stata mossa dalla paura di rivolgimenti sociali tra le fasce più deboli della popolazione, nelle periferie dei grandi centri urbani e nelle zone più povere ed de-industrializzate del paese.
Sussidi alimentari, buoni spesa, come pure i contributi alle piccole aziende e la cassa integrazione per i lavoratori dipendenti sono tutte politiche necessarie per la sopravvivenza quotidiana di decine di milioni di persone ma che, nei limiti del sistema capitalista, porteranno ad un aumento dei debiti pubblici e dell’esposizione dei conti pubblici ai capricci del sistema finanziario. Nel medio termine significa una stagione di austerità e tagli alla spesa pubblica senza precedenti.
I capitalisti, per tenere in piedi il castello di carta del sistema, stanno puntellando le fondamenta con la dinamite.

Un nuovo contratto sociale?

Sul piano politico le analisi di questi “grandi” strateghi rasentano il patetico e dimostrano il vicolo cieco nel quale si trovano.
Buona parte degli strumenti politici sono oramai inutilizzabili. I riformisti, utilizzati in molti paesi per illudere i lavoratori, sono oramai indistinguibili dai liberisti nella gara a chi si dispera di più sui bei tempi andati. Il mondo di certezze su cui avevano costruito le loro illusioni e i loro consensi è crollato assieme al commercio mondiale e al libero scambio.
Vedendosi il mondo materiale crollare sotto i piedi, hanno bisogno di ritornare alle vecchie formule campate per aria del “contratto sociale” su cui la nascente borghesia aveva costruito la propria visione del mondo ai tempi dell’Illuminismo.
Ma se agli albori del capitalismo questa formula serviva ad armare filosoficamente la borghesia nella sua lotta contro il vecchio regime, oggi l’idea di un “nuovo contratto sociale” serve esattamente all’opposto.
In un commento alle discussioni del World Economic Forum di Davos, uno dei principali meeting internazionali di politici ed economisti, l’AD del gruppo BSR (Business for Social Responsability) evoca la necessità appunto di questo “nuovo” contratto sociale come strumento nientemeno che per tamponare il “crescente supporto alle idee socialiste” tra i giovani americani.
Naturalmente l’analisi è carica di belle parole sulla necessità di trovare un modello di sviluppo più equo e sostenibile. Ma al di là delle favole a cui sembra ancora credere questa gente l’idea è chiara: ”Esistono rischi nel sostenere questi principi fondamentali … ma c’è un rischio maggiore nel permettere loro di svanire.” Ancora una volta, il rischio evocato più o meno apertamente è quello di una rottura dell’ordine sociale.


Rivolta o rivoluzione?

È significativo che nell’articolo di Bloomberg, invece di usare i giri di parole sui “rischi di tenuta del contratto sociale” si parli apertamente di rivoluzioni sociali e non solo di rivolte.
Molto spesso il pericolo di “rivolte” è stato usato dalla classe dominante per consolidare il proprio dominio, facendo leva sulla paura della violenza e del disordine.
Parlando oggi di “rivoluzioni” la borghesia apre per la prima volta all’idea che il proprio dominio di classe non sia eterno ed immutabile. Lo fa naturalmente con molta cautela, ma è un’apertura significativa che dà la misura di quanto gli strumenti tradizionali di dominio economico e consenso politico oggi siano armi spuntate.
I movimenti dell’inverno 2019 in Cile, Bolivia, Ecuador, Libano, Sudan hanno dato un assaggio del fatto che oggi, più che a sommosse sparse o “riot”, ci troveremo davanti a movimenti di massa con carattere organizzato, dovuto al maggior peso della classe lavoratrice e dei suoi metodi di lotta in essi.
Non possiamo certo escludere sommosse o rivolte, in particolare tra i settori della popolazione più esposti al rischio concreto di non riuscire più a procurarsi cibo o un’ assistenza sanitaria elementare.
Ma più che a scaldare i cuori di qualche romantico anarchico, questo tipo di esplosioni di rabbia non avranno la possibilità di incidere sui reali rapporti di forza tra le due classi fondamentali della società che oggi, in ogni paese, stanno iniziando a fronteggiarsi: la borghesia e la classe lavoratrice.
Oggi solo la classe operaia organizzata può dare una prospettiva alle esigenze fondamentali dell’umanità: la difesa della vita umana, dell’ambiente e la costruzione di un sistema basato sulle necessità reali delle persone.
A differenza di 100 anni fa oggi la classe operaia è la maggioranza della popolazione mondiale e ha la possibilità concreta di legare alla propria battaglia tutti quei settori della società impoveriti dalla crisi. Lo può fare in virtù del suo posto nella produzione, che si riflette innanzitutto negli strumenti tipici della sua lotta: scioperi, comitati di sciopero, assemblee democratiche.
Il carattere sociale e globalizzato della produzione ha dato alla classe lavoratrice le armi per coordinare a livello mondiale la lotta per un sistema economico basato sulla pianificazione e la conduzione democratica della produzione.
Questa è la battaglia che oggi i marxisti stanno combattendo: costruire l’organizzazione necessaria per portare questa lotta alla vittoria nel minor tempo possibile. In pratica per far si che i peggiori incubi della classe dominante diventino finalmente realtà.

Davide Fiorini,
Sinistra Classe Rivoluzione

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Tutti i dati economici riguardo l’impatto economico della pandemia di Covid-19 sono sufficientemente chiari da costringere la borghesia a parlare ormai di “depressione economica”. Le previsioni dei più prestigiosi istituti finanziari, pur variando di settimana in settimana, rendono impossibile mascherare la verità attraverso i classici sotterfugi con cui i ben pagati economisti sono soliti ingannare la gente sulla situazione reale dell’economia.

In un podcast ufficiale del FMI (Fondo Monetario Internazionale) trasmesso online il 9 aprile 2020 Kristalina Georgieva, direttrice operativa dell’istituto, ammette che “siamo davanti ad una crisi senza precedenti” che impatterà contemporaneamente su tutte le economie mondiali, trasformando le già magre previsioni di crescita in un vero e proprio bollettino di guerra nel quale si prevedono “crescite negative” per 170 paesi del mondo.
A questi dati, la responsabile del principale istituto finanziario del capitalismo mondiale è costretta ad aggiungere una nota particolarmente significativa: “Prevediamo la peggiore ricaduta economica dalla Grande Depressione” (enfasi nostra).
Sul Financial Times dello stesso giorno la prospettiva è descritta con parole molto simili: “L’eredità economica della pandemia includerà forti cali di produzione, diffusi fallimenti aziendali, maggiore disoccupazione e un accumulo di disavanzi fiscali. Le nazioni più ricche del mondo saranno allo stesso tempo più povere e più indebitate. Il capitalismo avrà un nuovo aspetto.”

A questa chiara prospettiva economica, che già agita i comodi sogni della borghesia internazionale, si aggiungono le incertezze e le paure sugli effetti politici e sociali di questa crisi.
Nell’articolo già citato il FT richiama l’attenzione dei suoi lettori sul fatto che “i lavoratori a basso reddito in lavori precari hanno subito il colpo dopo l’incidente del 2008. Non saranno disposti a farlo di nuovo”. La misura è colma insomma, e a rendersene conto sono proprio coloro i quali hanno difeso in questi 12 anni le più pesanti politiche economiche di attacco ai diritti e ai salari di quelle fasce di popolazione che oggi si teme possano “non essere disposte” ad accettare con le braccia incrociate una nuova stagione di austerità.
A parlare ancora più chiaro è invece Bloomberg, colosso dell’informazione e della finanza, che con i suoi 10 miliardi di dollari di fatturato nel 2019 ha non solo l’interesse intellettuale di analizzare attentamente le possibili rivolte sociali scatenate dalla pandemia, ma anche tutto l’interesse economico di prevenirle e combatterle.
In un articolo della sua rivista online, pubblicato sabato 11 aprile da Andreas Kluth (già collaboratore dell’Economist) e titolato significativamente “Questa pandemia porterà a rivoluzioni sociali”, l’autore mette in chiaro il fatto che una prospettiva rivoluzionaria, in grado di sovvertire l’ordine sociale, è nell’ordine delle cose.
Davanti ad una crisi che non comprendono, privi come sono di strumenti efficaci per risolverla, i più intelligenti strateghi del capitale oggi stanno arrivando a conclusioni incredibilmente simili a quelle dei marxisti. Lo fanno naturalmente sulla base di interessi di classe diametralmente opposti, nel tentativo di allontanare lo spettro di un rivolgimento sociale che temono più della crisi stessa e di armare politicamente la propria classe nella battaglia in difesa del privilegio e dell’oppressione.

Un decennio di pace sociale?

Il dito dietro a cui i riformisti e le burocrazie sindacali hanno provato a nascondere la propria inerzia (se non aperto tradimento) negli anni successivi alla crisi del 2008 è che non ci fosse la disponibilità dei lavoratori a mobilitarsi.
Se è vero che in alcuni paesi, come anche il FT suggerisce, la crisi ha creato disorientamento tra alcuni settori di popolazione in un primo periodo (in Italia sicuramente), non possiamo certo derubricare gli ultimi 12 anni come un periodo di pace sociale.
Le politiche di austerità, i tagli allo stato sociale, l’aumento dello sfruttamento del lavoro e le mancanze di prospettive per milioni di persone hanno scatenato una risposta globale che, nonostante gli alti e bassi di questi anni, ha attraversato ogni regione del pianeta.
Le Primavere Arabe, il movimento Occupy e gli Indignados, gli scioperi generali in Grecia, sono tutte tappe di un processo di risveglio delle lotte di massa apertosi con il crollo di Wall Street e passato per fasi di avanzamento e arretramento, complice innanzitutto la mancanza di una direzione politica all’altezza dei compiti posti dalla fase storica.

Che questi anni non siano stati anni di totale pace sociale è costretto ad ammetterlo persino Kluth quando dice “disordini sociali erano già aumentati in tutto il mondo prima che il SARS-CoV-2 iniziasse il suo viaggio”. A dare una mano al giornalista è il Carnegie Endowment For International Peace, un’organizzazione no-profit per la “promozione della pace e della cooperazione”, sul cui sito è disponibile una vera e propria mappa dei conflitti sociali degli ultimi 3 anni, divisi per paese, periodo e tipologia.
Una mappa che, nonostante i limiti temporali ed analitici, andrebbe stampata ed appesa nelle sedi di tutti quelle organizzazioni della sinistra che, dismesso il marxismo e la lotta di classe, hanno tratto le conclusioni più sbagliate e fuorvianti sulla “fine del lavoro” sulla “scomparsa della classe operaia” o sull’incapacità di quest’ultima di cambiare il mondo.
La paura implicita in questo ragionamento, che significativamente prende come riferimento un periodo in cui le mobilitazioni di massa hanno avuto un carattere di classe molto più marcato che in passato, è che le esperienze di lotta degli ultimi mesi del 2019 che in alcuni casi hanno avuto caratteristiche pre–rivoluzionarie (si fa riferimento alla Bolivia e al Sudan) diventino il sostrato esplosivo su cui possano innestarsi le lotte sindacali che stanno attraversando in questi giorni in maniera molto simile decine di paesi.
Sembra di avere davanti uno scritto di Trotsky sul “processo molecolare della rivoluzione” quando leggiamo su Bloomberg :“dietro le porte delle famiglie in quarantena, nelle code sempre più lunghe alle mense dei poveri, nelle carceri, nelle baraccopoli e nei campi profughi – ovunque le persone fossero affamate, malate e preoccupate anche prima dell’epidemia – si stanno verificando tragedie e traumi. In un modo o nell’altro, queste pressioni esploderanno.”

Dare con la sinistra, togliere il doppio con la destra

Per quanto possano avvicinarsi alle conclusioni dei marxisti, i commentatori borghesi avranno sempre un limite: l’incomprensione della dialettica.
Applicata alle dinamiche di presa di coscienza della classe lavoratrice, da cui li separa un baratro, quest’incomprensione porta molti di essi ad ottimistiche previsioni di brevissimo termine, utili solamente a consigliare investimenti facili ai propri clienti o a proporre politiche di cortissimo respiro che definire “tampone” sarebbe un complimento.
Questo è esattamente ciò che sta accadendo in quasi tutti i paesi a capitalismo avanzato e che ha portato governi di ogni colore a mettere in campo politiche di sussidi a pioggia per il sostegno al reddito dei lavoratori costretti a casa, per il sostegno dei disoccupati e di una porzione significativa di piccola borghesia impoverita e sull’orlo del fallimento.
La fretta con cui in Italia si sta procedendo a sbloccare i fondi per le partite IVA, i professionisti, commercianti e i piccoli artigiani, mentre le misure di cassa integrazione rimangono ancora avvolte nelle nebbie dei cavilli tecnici, tradisce gli immediati timori del Governo di perdere consenso e controllo sul settore più instabile della società, la piccola borghesia appunto, che dopo anni di polarizzazione sociale e accentramento dei capitali (tutte dinamiche già spiegate oltre un secolo fa da Marx) è sull’orlo di un vasto processo di proletarizzazione.
A ciò si aggiungano i fondi stanziati per i disoccupati e la probabile estensione dei sussidi, dopo un acceso dibattito politico, ai lavoratori in nero (almeno parzialmente).
Possiamo ben dire che più che da cristiana carità, la mano del governo sia stata mossa dalla paura di rivolgimenti sociali tra le fasce più deboli della popolazione, nelle periferie dei grandi centri urbani e nelle zone più povere ed de-industrializzate del paese.
Sussidi alimentari, buoni spesa, come pure i contributi alle piccole aziende e la cassa integrazione per i lavoratori dipendenti sono tutte politiche necessarie per la sopravvivenza quotidiana di decine di milioni di persone ma che, nei limiti del sistema capitalista, porteranno ad un aumento dei debiti pubblici e dell’esposizione dei conti pubblici ai capricci del sistema finanziario. Nel medio termine significa una stagione di austerità e tagli alla spesa pubblica senza precedenti.
I capitalisti, per tenere in piedi il castello di carta del sistema, stanno puntellando le fondamenta con la dinamite.

Un nuovo contratto sociale?

Sul piano politico le analisi di questi “grandi” strateghi rasentano il patetico e dimostrano il vicolo cieco nel quale si trovano.
Buona parte degli strumenti politici sono oramai inutilizzabili. I riformisti, utilizzati in molti paesi per illudere i lavoratori, sono oramai indistinguibili dai liberisti nella gara a chi si dispera di più sui bei tempi andati. Il mondo di certezze su cui avevano costruito le loro illusioni e i loro consensi è crollato assieme al commercio mondiale e al libero scambio.
Vedendosi il mondo materiale crollare sotto i piedi, hanno bisogno di ritornare alle vecchie formule campate per aria del “contratto sociale” su cui la nascente borghesia aveva costruito la propria visione del mondo ai tempi dell’Illuminismo.
Ma se agli albori del capitalismo questa formula serviva ad armare filosoficamente la borghesia nella sua lotta contro il vecchio regime, oggi l’idea di un “nuovo contratto sociale” serve esattamente all’opposto.
In un commento alle discussioni del World Economic Forum di Davos, uno dei principali meeting internazionali di politici ed economisti, l’AD del gruppo BSR (Business for Social Responsability) evoca la necessità appunto di questo “nuovo” contratto sociale come strumento nientemeno che per tamponare il “crescente supporto alle idee socialiste” tra i giovani americani.
Naturalmente l’analisi è carica di belle parole sulla necessità di trovare un modello di sviluppo più equo e sostenibile. Ma al di là delle favole a cui sembra ancora credere questa gente l’idea è chiara: ”Esistono rischi nel sostenere questi principi fondamentali … ma c’è un rischio maggiore nel permettere loro di svanire.” Ancora una volta, il rischio evocato più o meno apertamente è quello di una rottura dell’ordine sociale.


Rivolta o rivoluzione?

È significativo che nell’articolo di Bloomberg, invece di usare i giri di parole sui “rischi di tenuta del contratto sociale” si parli apertamente di rivoluzioni sociali e non solo di rivolte.
Molto spesso il pericolo di “rivolte” è stato usato dalla classe dominante per consolidare il proprio dominio, facendo leva sulla paura della violenza e del disordine.
Parlando oggi di “rivoluzioni” la borghesia apre per la prima volta all’idea che il proprio dominio di classe non sia eterno ed immutabile. Lo fa naturalmente con molta cautela, ma è un’apertura significativa che dà la misura di quanto gli strumenti tradizionali di dominio economico e consenso politico oggi siano armi spuntate.
I movimenti dell’inverno 2019 in Cile, Bolivia, Ecuador, Libano, Sudan hanno dato un assaggio del fatto che oggi, più che a sommosse sparse o “riot”, ci troveremo davanti a movimenti di massa con carattere organizzato, dovuto al maggior peso della classe lavoratrice e dei suoi metodi di lotta in essi.
Non possiamo certo escludere sommosse o rivolte, in particolare tra i settori della popolazione più esposti al rischio concreto di non riuscire più a procurarsi cibo o un’ assistenza sanitaria elementare.
Ma più che a scaldare i cuori di qualche romantico anarchico, questo tipo di esplosioni di rabbia non avranno la possibilità di incidere sui reali rapporti di forza tra le due classi fondamentali della società che oggi, in ogni paese, stanno iniziando a fronteggiarsi: la borghesia e la classe lavoratrice.
Oggi solo la classe operaia organizzata può dare una prospettiva alle esigenze fondamentali dell’umanità: la difesa della vita umana, dell’ambiente e la costruzione di un sistema basato sulle necessità reali delle persone.
A differenza di 100 anni fa oggi la classe operaia è la maggioranza della popolazione mondiale e ha la possibilità concreta di legare alla propria battaglia tutti quei settori della società impoveriti dalla crisi. Lo può fare in virtù del suo posto nella produzione, che si riflette innanzitutto negli strumenti tipici della sua lotta: scioperi, comitati di sciopero, assemblee democratiche.
Il carattere sociale e globalizzato della produzione ha dato alla classe lavoratrice le armi per coordinare a livello mondiale la lotta per un sistema economico basato sulla pianificazione e la conduzione democratica della produzione.
Questa è la battaglia che oggi i marxisti stanno combattendo: costruire l’organizzazione necessaria per portare questa lotta alla vittoria nel minor tempo possibile. In pratica per far si che i peggiori incubi della classe dominante diventino finalmente realtà.

Davide Fiorini,
Sinistra Classe Rivoluzione

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